…s’i stat’ ‘o primm’ammore/ ‘o primm’ e l’ultim’ sarai p’ mmeee!

By oradistelle

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Io ce l’ho messa tutta per tenere da parte i pregiudizi sulla Yoshimoto, ma Bananita stavolta si è superata, inanellando una serie di luoghi comuni tenuti insieme dal suo solito buonismo spiccio e da una fine vena psicologica degna della posta del cuore.

La trama è semplicissima: Mao, adolescente dotata di poteri soprannaturali e cresciuta all’interno della setta “Villaggio dell’ammmore”, è in fuga dalla propria vita. La nonna, prima di morire, dato che lì in Giappone non usa dare i numeri del lotto, le ha profetizzato che sarà l’ultima amante di Hachiko.
Scappata di casa, la pulzella incontra -toh- un certo Hachi, abbandonato in India da genitori hippy e cresciuto da due autoctoni sotto consiglio di un santone. Con lui c’è la ragazza, detta Mamma, destinata ad un paio di scene saffiche e, naturalmente, a morte prematura (“in un incidente di moto, in sella all’ennesimo amico centauro”: perla del traduttore o acrobazia da Kamasutra?).
Una volta tolta di mezzo la suddetta, può sbocciare rigoglioso l’amore tra Mao ed Hachi, destinato però a durare solo un anno: al termine di questo, infatti, il prestante nippohindi se ne andrà a meditare ai piedi di un Himalaya da dépliant.

Banana, nel frattempo, semina qua e là colpi di scena piatti e per di più soffocati sul nascere: vedi i ripensamenti di otto righe del ragazzo sul suo futuro o il sequestro di Mao realizzato dai nuovi capi della setta, prontamente liberata dalla madre sotto ispirazione della nonna buonanima (tre pagine tre).

Ma finalmente (soprattutto per il lettore) giunge il giorno della partenza. Mao sogna ancora di dare appuntamente ad Hachi davanti la statua di Hachiko (celeberrimo cane giapponese che attese per anni alla stazione il suo padrone morto), ma oramai ha accettato la sua sorte e forse anche la sua galoppante fantasia allitterante.
E’ decisa ad affermarsi come pittrice, sotto l’ala protettiva (e forse anche sotto altro, si intuisce) di tale Gerevini Alessandro Giovanni, esperto d’arte e simpatico violentatore (ma non va proprio con tutte perché “amava Miki [la sua ragazza] e non voleva farla piangere. E’ proprio vero, gli italiani sono dei gentiluomini”).
Il libro si chiude, come previsto, all’insegna dei buoni sentimenti: forse il corpo di Mao un giorno sarà di mille uomini, come lei stessa si augura neanche troppo velatamente, ma il suo cuoricino apparterrà sempre e solo al primm’ammore.

Complimenti, Banana.

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